Il primo incontro stagionale con gli sci avviene tardi, in un inverno che ha lesinato la neve sui monti Retici, più per abitudine che per autentico desiderio. Tuttavia, come spesso accade, basta poco per ristabilire l'equilibrio: i cristalli di brina che brillano al sole mattutino, il silenzio avvolgente del bosco, quella sottile sensazione di trovarsi esattamente dove si dovrebbe essere. Questa è una profonda felicità nell'essere in questi luoghi elevati.
Sebbene i pendii familiari sopra casa siano docili, con poca neve, è sufficiente spostarsi di pochi metri su versanti più ripidi per notare ovunque distacchi. Strati deboli basali cedono, portando via la neve sovrastante, e continui 'wuuuf' sotto i piedi confermano l'instabilità del manto nevoso. La neve, tanto attesa, è finalmente giunta anche sulle Alpi Centro-orientali, ma già si manifesta il suo lato meno benigno. Mentre da un lato si celebra la meraviglia del bianco accecante, l'euforia delle prime discese e il piacere di tuffarsi in una polvere fresca, dall'altro, puntuali come ogni inverno, i notiziari riportano incidenti: sciatori travolti, feriti, o peggio, morti sulle Alpi. Di fronte a queste tragedie, il rituale si ripete: si richiamano all'attenzione i bollettini, le norme di sicurezza, si diffondono informazioni tecniche, strumenti previsionali e pratiche di autosoccorso. Eppure, nonostante tutti questi sforzi, la neve sembra ancora sorprenderci impreparati.
Forse, la costante ricerca di soluzioni esterne ci impedisce di guardare dentro di noi. E se una parte fondamentale per affrontare questi ambienti incerti risiedesse nella nostra interiorità? In questo preciso momento, cosa sta realmente accadendo? Cosa sentiamo? Quali percezioni ci giungono dal terreno, dal nostro corpo, dall'ambiente circostante? In quali insidie ci stiamo avvicinando senza rendercene conto? Spesso ci esponiamo a rischi significativi senza una ragione profonda. Il "perché lo faccio" si riduce a risposte superficiali: è bello, è divertente, mi fa stare bene. Ma queste motivazioni sono fragili e non reggono di fronte a una tragedia. Quando qualcosa va storto, la mente cerca disperatamente un senso; se il nostro "perché" è superficiale, tutto diventa più difficile da affrontare. Una risposta puramente tecnica o razionale non è sufficiente; occorre una motivazione più ampia, profondamente umana, capace di accettare anche la possibilità della morte in montagna. Una ragione intrinseca non elimina il rischio, ma contribuisce a gestirlo con maggiore chiarezza, facilitando decisioni più ponderate e, se necessario, l'accettazione delle conseguenze. La sola bellezza della "powder" non basta. Vi è poi un altro aspetto che emerge spesso negli incidenti: l'incapacità di accettare il fallimento, dove la cultura della prestazione spinge a proseguire a ogni costo, a giocarsi tutto. Eppure, rinunciare al momento giusto è spesso l'azione più sicura che possiamo compiere. Accettare di fermarsi, di affrontare la derisione o il giudizio altrui per evitare conseguenze irreversibili, richiede umiltà e, in molti casi, un coraggio ben superiore a quello necessario per continuare. E poi c'è l'ascolto. Analizzando gli incidenti, emergono quasi sempre segnali evidenti, sensazioni e dubbi che sono stati ignorati. L'ascolto richiede umiltà, la volontà di ammettere di non sapere tutto, di rimanere aperti alle informazioni che provengono da noi stessi, dagli altri e dall'ambiente. Quando questa apertura manca, ignoriamo avvertimenti cruciali. L'ascolto si manifesta a vari livelli: interiore, relazionale e ambientale, ed è spesso ciò che permette di affrontare le situazioni più complesse. Se non ascoltiamo, prima o poi la realtà alzerà il volume. La sicurezza non deriva solo da regole e strumenti esterni, ma soprattutto da una profonda consapevolezza interiore. Scegliere ambienti che consentono errori senza gravi conseguenze, progredire gradualmente e accettare i propri limiti, forse, è la via più solida.
Le normative sono utili, ma senza una profonda consapevolezza risultano insufficienti. Muoversi nell'imprevedibilità della neve, l'unica vera costante in montagna, è innanzitutto un percorso interiore, con la certezza che anche i più esperti possono commettere errori. L'avventura, in fin dei conti, non dovrebbe essere solo una questione tecnica o di adrenalina, ma uno strumento di crescita personale e profonda. Ogni volta ci troviamo di fronte a una scelta: reagire con paura e impulsività, oppure rispondere con ascolto e decisioni ponderate. La paura non va soppressa, ma impiegata come guida. Questo principio è valido sia per la sicurezza fisica che per lo sviluppo personale. È un percorso scomodo, perché ci costringe a confrontarci con le nostre fragilità, l'ego, l'eccessiva fiducia nella tecnologia e la tentazione di sentirci invulnerabili. Riconoscere la nostra ignoranza e vulnerabilità non è un segno di debolezza, ma di forza. La vulnerabilità ci rende più attenti, più lucidi, più capaci di apprendere, e ci connette in modo autentico con l'ambiente, con gli altri e con noi stessi. Ed è proprio in questa consapevolezza che il rischio può trasformarsi in un'opportunità positiva e costruttiva.